07 Febbraio 2008

10 FEBBRAIO: PER NON DIMENTICARE 1°parte


RIPROPONGO UN MIO SCRITTO DI QUALCHE MESE FA RELATIVO AL RICORDO DI QUEL GENOCIDIO ITALIANO TROPPO IMPUNENEMENTE ARCHIVIATO SOTTO LA VOCE FOIBE.

L 92/2004 Art. 1 La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale «Giorno del ricordo» al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle “foibe”, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale.

E’ questo il primo articolo della legge del 30 marzo 2004 che istituisce il “giorno del ricordo” per una delle tragedie più dolorose e agghiaccianti della storia del nostro Paese, una pagina di storia di soli 60 anni fa magistralmente rimossa dalla memoria comune.Cercando nell’enciclopedia (garzanti) la parola “foiba” si trova la sua definizione geologica “varietà di doline presenti in Istria”, mentre sfogliando l’indice di un libro di storia delle superiori (Popoli e civiltà, Brancati) il termine non viene riportato.Di foibe si parla poco o nulla, e anche quando si è stabilito un giorno della memoria, tale ricorrenza è passata piuttosto in sordina, silenziosa rispetto al rumore mediatico sollevato per l’incontrastabile Shoa. 

Con la fine della prima guerra mondiale il territorio della Venezia Giulia, Istria e Dalmazia diventò Italia, dopo essere stato “lo sbocco sul mare” dell’impero austriaco. Se come provincia dell’impero questo territorio e specialmente Trieste aveva goduto di una certa importanza e ricchezza, dopo la prima guerra mondiale la città perse questo ruolo di porto e decadde relegata a città di confine.

Essendo questi territori di confine, vi erano motivi di conflittualità fra Italia e Jugoslavia (stato creato a tavolino da Francia e Inghilterra)  a causa delle reciproche minoranze: quella slava in Italia e quella italiana in Dalmazia. In Italia furono messe in atto norme restrittive nei confronti delle minoranze slovene volte essenzialmente ad indebolire la classe borghese e intellettuale, auspicandone la migrazioni verso la Jugoslavia. Il governo di Belgrado non era certo più tenero nei confronti dei suoi cittadini di lingua italiana di quanto non lo fosse quello italiano con la minoranza slava. Anzi, in taluni casi, le misure antislave applicate nella Venezia Giulia possono essere considerate delle semplici risposte a misure uguali e contrarie messe in atto in Dalmazia. La soppressione dell'insegnamento dello slavo nelle scuole giuliane fu, per esempio, la conseguenza di un analogo provvedimento, per l’italiano, disposto nelle scuole dalmate II governo di Mussolini nella Venezia Giulia sul piano politico proseguì nella normativa restrittiva verso le minoranze già attuata dai governi precedenti ( la politica nei confronti delle minoranze, volta ad assimilarle alla nazionalità dominante era  tipica a quell’ epoca in tutti gli stati europei): furono sciolte tutte le organizzazioni slovene, fu proibito l'uso pubblico della lingua slovena (anche nelle chiese) e italianizzati i cognomi (e in molti casi anche i nomi) di origine slava. Moltissimi intellettuali e liberi professionisti sloveni emigrarono da Trieste e trovarono asilo politico nella vicina Yugoslavia dove molti ricoprirono funzioni di spicco nella cultura, economia e vita politica slovena. Gli sloveni risposero dapprima con atti di resistenza passiva; dalla fine degli anni venti in poi si verificarono, ad intermittenza, atti di violenza contro gli esponenti del regime fascista (e, in alcuni casi, contro membri delle forze dell'ordine) da parte di organizzazioni sovversive e irredentiste slovene (Borba e TIGR).Tuttavia sul piano economico il governo fascista diede il via a importanti bonifiche, che resero fiorenti le campagne un tempo flagellate dalla malaria, e a grandi opere pubbliche che trasformarono l'economia cittadina abbattendo la disoccupazione e favorirono l'afflusso di mano d'opera meridionale. Fabbriche operose, acquedotti monumentali, sfruttamento delle miniere di carbone e di bauxite, centrali idroelettriche, potenziamento dei cantieri navali di Trieste, Fola, Fiume e Zara, nuove strade e nuove ferrovie migliorarono notevolmente il tenore di vita della popolazione senza discriminazioni di sorta. 

I giorni successivi l'8 settembre 1943, approfittando del caos seguito all’armistizio e al crollo dell’amministrazione italiana, le bande slave e bolsceviche di Tito avevano sopraffatto i presidi italiani (privi di ordini dei capi militari del governo Badoglio) compiendo orribili stragi di italiani soltanto perché erano italiani.

Inizialmente in Istria vennero catturati diverse centinaia di italiani:  singoli cittadini e intere famiglie di ogni ceto e condizione, militari e civili, fascisti o antifascisti che fossero, donne, bambini in tenera età, rastrellati nelle città e nelle campagne, legati a due a due con filo spinato. Il rituale era uno solo: spinti a calci e a bastonate furono gettati nelle foibe, buche nel terreno carsico. In alcuni casi, le vittime vennero gettate nelle fenditure del terreno ancora vive costringendole così ad un'agonia interminabile.        Secondo una testimonianza quello che avveniva era meticoloso:"Caricati su autocorriere o su autocarri requisiti, i prigionieri venivano portati, preferibilmente di notte, nelle vicinanze di una foiba. Ad essi venivano legati, con filo di ferro stretto da pinze, i polsi sul davanti e poi si ordinava loro di alzare le braccia e di sollevare sul capo la giacca in modo da coprirsi il volto. Le donne dovevano nascondersi il volto con la sottana. Avvicinati i prigionieri sull'orlo della foiba a gruppi, si procedeva all'esecuzione sparando un colpo di arma da fuoco alla nuca, alla faccia o al petto delle vittime: i corpi venivano poi fatti precipitare nel baratro. A volte i condannati vennero posti l'uno di fianco all'altro, spalla contro spalla, e legati all'altezza delle braccia con il filo di ferro, a due a due o a gruppi più consistenti. Ammassati tutti sul ciglio, si sparava ai più vicini al precipizio in modo che, cadendo nel vuoto, trascinassero con sè tutti gli altri ancora vivi.
Per impedire ogni possibile futura opera di ricerca e di identificazione delle vittime, talvolta i prigionieri venivano condotti sul luogo dell'esecuzione del tutto nudi; altre volte, invece, dopo l'infoibamento, si facevano brillare delle mine in prossimità dell'apertura della voragine ottenendo in tal modo il franamento e l'ostruzione della cavità".
 Non mancavano anche le violenze alle quali i prigionieri venivano spesso sottoposti prima dell'eliminazione sono efferate: torture, sevizie, stupri. Un esempio fra tutti, quello delle tre sorelle Radecchi, arrestate dai partigiani jugoslavi nella zona di Fasana: "Esse sono costrette per alcuni giorni alle mansioni di cuoche e di sguattere in un'improvvisata cucina da campo, e ripetutamente violentate dai loro sequestratori. Improvvisamente, le tre sorelle (Albina, 21 anni, in stato di gravidanza; Caterina, 19 anni, e Fosca, di soli 17 anni) scompaiono, forse anche per il biasimo espresso da un commissario politico sul comportamento del gruppo che le tiene prigioniere. Verranno trovate nella foiba di Terli, e il medico constaterà le violenze subite”.
Tags: foibe
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